Il chiostro grande e la cella del monaco

Carissimi, ben ritrovati, sono il vostro Padre Antonio. 

Sarà che oggi sono in vena di rivelazioni, ma mi sembra che ormai siamo entrati abbastanza in confidenza da mostrarvi finalmente i luoghi più intimi del nostro monastero. 
Del resto, chi poteva farlo se non il sottoscritto? Non per vantarmi, ma Fra Guglielmo viene da queste parti solo di rado per sbrigare qualche faccenda, mentre io qua posso dire che ci vivo.
Benvenuti quindi nel chiostro grande della Certosa!

Il chiostro grande visto dall’alto – Foto Sbaas-PI

Chiostro grande, sì, perché è il più grande della Certosa.
Ma cosa è un chiostro? Per chi non studia il latino in effetti questa parola può essere un po’ oscura, quindi vi darò qualche indizio. Noi monaci certosini seguiamo la regola della clausura, che ci impone di vivere chiusi tra le mura del monastero senza mai uscirne. Qui dentro però, con tutti i campi e i boschi che abbiamo, non soffriamo certo di claustrofobia, quella paura che viene ad alcuni a stare negli spazi chiusi. Un ultimo aiuto: chiostro in Latino si diceva claustrum, o giù di lì.
Avete capito? Bravi! Il chiostro è proprio uno spazio chiuso, in questo caso un grande giardino rettangolare delimitato da un bel porticato.

Accesso al chiostro con fratello converso che invita al silenzio

Possiamo dire di trovarci nel cuore della Certosa, perché questo è il posto più centrale, protetto e isolato dell’intero monastero.
Qui la regola del silenzio vale ancora di più: ce lo dice anche il monaco dipinto dietro l’ingresso.
Gli unici suoni che sento durante le mie meditazioni giornaliere sono il cinguettio degli uccellini e l’acqua che zampilla dalla fontana al centro del chiostro. 

La fontana del chiostro

A proposito della fontana, vi piacciono le figure scolpite? A me incuriosiscono soprattutto quei mostri marini al centro. Mi sembrano uno strano incrocio tra un delfino alato, un drago e una foca baffuta.
E voi, cosa ci vedete?

Dettaglio del cimitero – Foto di Gianni CaredduCC BY-SA 4.0

Io e gli altri monaci abbiamo pensato che questo luogo di pace fosse perfetto per far riposare i nostri fratelli defunti, così quando per uno di noi è arrivato il momento, dopo un sobrio commiato lo seppelliamo qua, nel nostro piccolo cimitero.
Se riuscite a togliere gli occhi dai teschi che decorano il recinto (lo so, fanno un po’ paura, ma vi assicuro che sono finti), noterete che le sepolture non hanno lapidi con nome e cognome, ma solo nude croci. Che importa dopo tutto? Qua dentro siamo tutti uguali e condividiamo il destino di questa vita e di quella che verrà.

Particolare del chiostro grande – foto di Gianni CaredduCC BY-SA 4.0

Ma basta con questi discorsi seri, non vedo l’ora di mostrarvi dove vivo. Vedete quella serie di porticine sotto il colonnato? Sono gli ingressi delle celle di noi monaci padri.
Non fatevi impressionare dal nome, le nostre celle non sono per niente buie e anguste come quelle delle prigioni! Anzi, ora che entrerete nella mia, credo che ne rimarrete piacevolmente stupiti.
Se cercate la cella di Fra Gugliemo però vi dico subito che non la troverete qui: lui e gli altri conversi vivono al piano di sopra, in casette un po’ più piccole, perché è vero che siamo tutti uguali, ma a differenza nostra loro passano gran parte della giornata all’aperto e una volta a casa hanno bisogno di meno spazio.

Ingresso di una cella con sportello passavivande

Eccoci di fronte all’ingresso. Lo sportello che vedete accanto alla porta è il posto in cui il fratello converso di turno porta per me – e per ciascun monaco padre – pranzo e cena durante le nostre giornate solitarie.
Tranne qualche rara occasione (per esempio la domenica e i festivi), noi monaci mangiamo da soli dentro le nostre celle, per poi riprendere subito la preghiera.

Spesso è proprio Fra Guglielmo che viene a distribuire il pasto, ma poco importa, tanto non riesco mai a vederlo. Provo a spiegarvi il perché.
Lo sportello, con le mensole al centro, ha due ante; quella che dà sul chiostro è usata dal converso per lasciare il pasto, quella interna alla cella sono io ad aprirla per prendere il cibo. Ebbene, sapete una cosa? Le due ante non sono una di fronte all’altra, ma sfalsate! Credo sia uno stratagemma inventato dal Priore per non farci infrangere il voto del silenzio nemmeno durante questa breve operazione. La tentazione di fare due chiacchiere a volte è talmente forte!
Ah, un’ultima cosa prima di entrare: come avrete notato, sullo sportello non trovate scritto “Padre Antonio” ma c’è una lettera dell’alfabeto, una casuale, giusto per non fare confusione: come vi dicevo, nome e cognome qui non sono importanti.

Il giardino di una cella

Prego, entrate, siate i benvenuti!
Non vi aspettavate di trovare un giardino oltre la porta, vero? E’ il mio giardino privato, dove ogni giorno dedico un po’ di tempo alla cura delle piante. Adoro il profumo delle rose e del limone in fiore, mi fa riflettere sulla bellezza della natura che il Signore ci ha donato!

Ora fatevi un giro nella mia umile dimora in tranquillità.
È grande, è vero, ma è anche molto semplice ed essenziale, proprio come la vita di noi Certosini.
Nel soggiorno mangio, studio e rivolgo le mie preghiere alla Madonna: per questo lo chiamo Stanza dell’Ave Maria. A parte un paio di tavoli, una sedia e una credenza per riporre piatti e posate, c’è solo un grande camino con cui a fatica scaldo tutta la casa.
Ah, e un inginocchiatoio, fondamentale per mettermi in ginocchio durante le mie preghiere! Uno più comodo si trova in camera insieme a un piccolo letto e a un comodino.

Laboratorio della cella – Foto di Marco Andreozzi

La terza stanza è il mio modesto laboratorio. Mi è sempre piaciuto lavorare il legno, quindi il tempo che ci è concesso per praticare un hobby (oggi si dice così, vero?) io lo passo qui a fabbricare piccoli oggetti. Non saranno delle opere d’arte, ma sono lavori certosini, fatti con pazienza e dedizione.
E la porta in fondo? Quello è il bagno, ma evito di mostrarvelo, non sarà molto diverso dal vostro.

Padre Terenzio sta suonando la campana dei vespri, è meglio che vi lasci ora, o farò tardi alla messa. E’ stato un vero piacere mostrarvi questa parte così personale e importante della nostra vita in Certosa.

Pace e bene a tutti voi!

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